Volontariato: fa diventare grandi ed aiuta nella ricerca del lavoro

di Antonella Salvatore

Il volontariato in Italia e nel mondo, ha numeri importanti e storie belle da raccontare. Ieri, presso l’Accademia dei Lincei a Roma, è stato celebrato il 25ºpremio del volontariato internazionale, organizzato da FOCSIV, Federazione degli Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario.

Sono stati premiati i migliori volontari dell’anno, storie di giovani e meno giovani che si sono messi a disposizione degli altri, storie di persone che hanno lavorato in giro per il mondo cercando di rendere migliore la vita di popoli di culture diverse dalla nostra.

La seconda parte dell’evento è stata dedicata al rapporto competenze trasversali e volontariato, Volunteering and youth employability (Volontariato ed occupabilità giovanile), la tavola rotonda moderata dal coordinatore FOCSIV Attilio Ascani. Ho avuto l’onore di portare la mia prospettiva alla tavola, che è la prospettiva di chi lavora con i giovani, e di chi li aiuta non solo a sviluppare le proprie competenze tecniche ma anche, e direi soprattutto, le proprie competenze soft o trasversali.

Il rapporto che ho con le oltre 600 aziende ed organizzazioni partner è un rapporto costante: tutti i datori di lavoro che intendono assumere mi chiedono consiglio sulle soft skills dei candidati.

Quanto contano le soft skills nel mondo del lavoro? Tantissimo, oggi più che mai e sempre di più. Le aziende che oggi assumono ricercano giovani talenti con capacità di lettura del contesto, con doti di comunicazione, con attitudine a lavorare in team; le aziende assumono coloro che sanno stare in un contesto multiculturale, coloro che sono abituati a costruire e gestire relazioni, che sanno gestire conflitti, risolvere i problemi e fare squadra.

Quale palestra migliore se non quella del volontariato per formare e sviluppare le soft skills?

Nessuna palestra migliore, il volontario sviluppa tantissime soft skills e molto spesso più rapidamente di altri soggetti.

Un volontario esce dalla propria comfort zone prima degli altri, va incontro agli altri, sviluppa empatia. Un volontario ha self-understanding e self-awareness; non faccio riferimento alla self-confidence o all’arroganza da maglia n.10, ma parlo di una conoscenza di sé che solo i grandi hanno. Un volontario non sviluppa pregiudizio, lavora con gruppi vulnerabili, con chi ha bisogno, con gli ultimi, sviluppando così la prospettiva degli altri. Un volontario sa lavorare in team internazionali, se opera in un paese diverso dal proprio si abitua presto alla lettura del contesto, che sta a significare massima comprensione degli altri, dei loro atteggiamenti, dei loro modi di essere e di fare, delle loro culture.

Un volontario capisce ed ama la multiculturalità sapendo che non può esservi futuro senza tolleranza ed integrazione tra i popoli e che solo i miopi e gli ignoranti hanno paura di chi è diverso da loro.

Esiste quindi una correlazione tra soft skills e volontariato, essendo il volontariato uno degli ambiti migliori per sviluppare le proprie competenze trasversali.

Si possono misurare le soft skills? Quanto conta misurare le proprie competenze?

A conclusione della tavola rotonda Debora Penco, di Elidea Psicologi Associati, ha parlato del progetto EaSY, Evaluate Soft Skills in International Youth Volunteering: un progetto che prende in considerazione sette specifiche competenze e consente di fare un self-assessment, in altre parole, di valutare e misurare le proprie abilità.

Quale modo migliore per decidere cosa fare del proprio futuro e quale percorso professionale seguire conoscendosi meglio?

Ecco allora la correlazione tra le competenze trasversali e l’occupabilità.

Più si lavora sullo sviluppo delle competenze trasversali, più le si misura, più aumentano le chances di occupabilità.

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