Resilienti o disoccupati?

di Alberto Mattia

Al giorno d’oggi, la resilienza è una qualità fondamentale per professionisti e organizzazioni. Non è più solo un valore aggiunto. Essere resilienti è una condizione necessaria per avere successo. Questo intervento si propone innanzitutto di spiegare il perché e successivamente di fornire qualche consiglio su come raggiungere una maggiore resilienza a livello personale, professionale e organizzativo.

In principio fu Gianluca Vacchi

So che qualcuno storcerà il naso a leggere il suo nome in un blog professionale. Ma anche se ha raggiunto la popolarità più per i suoi divertimenti che per la carriera di imprenditore, non c’è dubbio che negli ultimi anni Vacchi abbia contribuito in maniera significativa a portare alla ribalta il termine resilienza (Fonte: “Dalla bancarotta all’enjoy, la resilienza di Gianluca Vacchi spiegata dal mio analista”, MarieClaire). Non l’ha inventato e nemmeno può dirsi un esperto della materia in senso stretto, ma persino Google Trends certifica una netta crescita nelle ricerche in corrispondenza del suo tatuaggio social e della sua fatica letteraria (Enjoy) nella quale parla diffusamente di resilienza (Fonte: Google Trends, ricerca termine “resilienza”. Base dati: 5 anni).

Che cosa significhi resilienza è chiaro a tutti. Ma perché la resilienza è così importante, specialmente nel mercato del lavoro? E come si diventa dei professionisti resilienti?

L’importanza della resilienza

La resilienza innanzitutto non è solo importante: è fondamentale. Il mondo ormai cambia a una velocità impressionante e chi si ferma – o meglio, chi non si adatta – è perduto. Non è più solo una questione di mera innovazione tecnica o tecnologica, l’avvento dell’industria o di internet sono solo la causa scatenante di questi cambiamenti.

Di questi tempi mutano velocemente anche le culture, le abitudini e i modi di fare. Tutte variabili che influenzano parecchio i consumi, il lavoro e più in generale il sistema economico di cui facciamo parte.

Pensate al concetto di privacy, rivoluzionato dall’avvento dei social network, e alle problematiche legate al trattamento dei dati personali di cui tanto si parla. O all’impatto del car sharing sul settore automobilistico, in un contesto in cui si stima che circa il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle grandi città entro il 2050 (Fonte: World Urbanization Prospects, United Nations, 2014).

Giusto o sbagliato che sia il cambiamento (ogni opinione è ovviamente legittima), è oggettivo che – se esiste un trend globale – occorre adattarsi per evitare di restarne esclusi. Se non siamo in grado, come professionisti, di adattarci ai tempi che cambiano e a un mondo del lavoro che chiede competenze sempre diverse, non serviamo più. Inoltre, spesso sono le persone più resilienti quelle ad avere maggior successo.

Resilienza e successo: un binomio inscindibile

Due esempi.

Jack Ma – prima di diventare il fondatore di Alibaba Group, l’uomo più ricco di Cina e uno dei più ricchi del mondo (con un patrimonio stimato in circa 30 miliardi di dollari) – ha fallito dieci volte gli esami di accesso all’Università. Fu perfino respinto da KFC, quando gli mandò il curriculum per una posizione di lavoro (Fonte: World Economic Forum, YouTube).

E Roger Federer da juniores veniva considerato troppo “testa calda” per poter lasciare il segno nel tennis che conta (Fonte: “Swiss stylist the all round big cheese”, The Telegraph). Oggi non solo sta sbriciolando tutti i record (a gennaio in Australia ha vinto il suo 20° titolo slam in carriera, primo uomo nella storia a riuscirci), ma è anche l’icona di stile per eccellenza sui campi da tennis. Mai una polemica, mai uno scontro con un rivale, mai una frase fuori posto.

Chiaramente, a cominciare dal sottoscritto purtroppo, non tutti hanno le capacità e il talento di Jack Ma o Roger Federer. Ma il punto qui è un altro. Sono persone che non si sono arrese al proprio destino, che hanno lavorato su se stessi e che così facendo sono andati ben oltre il proprio obiettivo. Che non era “diventare ricchi”, ma sentirsi realizzati per aver fatto qualcosa di unico e importante.

Non è magia

Diventare più resilienti però non è facile e non ci si riesce con un incantesimo. Al contrario, serve tanto duro lavoro. Perché a nessuno piace subire un rifiuto, nella vita privata come in quella lavorativa, e nessuno può dirsi del tutto disinteressato al giudizio degli altri. La resilienza però è la capacità di trarre il meglio dal peggio.

Come fare? Con la formazione. Le scuole e le università in primis hanno una grande responsabilità: educare i ragazzi alla resilienza. Oggi questo non accade. I ragazzi spesso terminano il percorso di studi o senza un’idea di quello che vogliono fare (quando la resilienza presuppone invece degli obiettivi e una pianificazione per raggiungerli), o con un’idea talmente radicata e difficilmente realizzabile che dopo qualche rifiuto si sentono persi, inadatti o – peggio ancora – falliti.

Ma anche le organizzazioni (aziende, no-profit, enti pubblici, ecc.) devono fare la loro parte e preparare adeguatamente i propri dipendenti, perché la resilienza – per sua natura – va coltivata nel tempo. E spesso non lo fanno, andando contro i loro stessi interessi.

Incorporare la resilienza nella nostra cultura

    • CFO: “What happens if we invest in developing our people and then they leave us?”
  • CEO: “What happens if we don’t, and they stay?”

– Fonte: LinkedIn –

Sarebbe bello vedere qualche CEO in più rispondere così a chi propone tagli alla formazione per questioni di budget. Organizzazioni e manager che non investono nella formazione delle proprie risorse stanno firmando la loro condanna a morte (dal punto di vista professionale, si intende) e stanno condannando a morte (sempre dal punto di vista professionale) anche i propri dipendenti.

È banale logica. Come fa un’organizzazione a innovare e ad adattarsi ai cambiamenti del contesto se non investe in formazione?

Le organizzazioni più profittevoli sono sempre anche quelle più resilienti. Perché appunto credono nel valore della formazione e quindi hanno dipendenti più competenti e fidelizzati, che producono maggiore qualità a un prezzo che non è nemmeno significativamente superiore.

E insieme alle aziende non resilienti finiranno “a spasso” anche i loro dipendenti, probabilmente poco qualificati o con competenze obsolete, che faranno molta fatica a trovare un nuovo lavoro con il serio rischio di pesare sulla collettività. Purtroppo, è cronaca di tutti i giorni.

Per cui, per concludere, che voi siate in cerca di lavoro, professionisti in carriera o manager affermati, siate resilienti. Altrimenti avrete un sacco di tempo per coltivare i vostri hobby.

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