Perché noi italiani non sappiamo presentare in pubblico?

di Antonella Salvatore

Siamo la patria di Marco Tullio Cicerone, padre dell’arte oratoria, eppure noi italiani fatichiamo a presentare in pubblico.
Saper presentare davanti ad un’audience è una condizione imprescindibile per studenti e professionisti, una di quelle skills di cui oggi non possiamo fare a meno.

Eppure a tutti noi è capitato spesso di assistere a presentazioni mediocri, a volte penose ed imbarazzanti, tanto per chi presentava tanto per chi era costretto ad ascoltare.
Perché molti professionisti italiani, anche senior, anche con molti anni di esperienza, non sanno presentare in pubblico nella loro lingua madre?

Sicuramente presentare in pubblico non è semplice (ancora più difficile se la presentazione deve essere fatta in lingua straniera) ma è anche vero che tutti possono imparare e che a volte basterebbe buona volontà, tanta pratica e poca improvvisazione.

Per questo, cerchiamo di capire perché molti professionisti italiani mancano spesso di doti di public-speaking.

Primo problema: l’improvvisazione.
Presentare davanti ad un’audience richiede preparazione, pratica e concentrazione.
Chi presenta e fa presentazioni mediocri spesso improvvisa oppure pensa di conoscere l’argomento al punto da non essersi preparato. Troppa self-confidence? O il solito atteggiamento italiano di chi pensa di cavarsela sempre e comunque? Detto questo,

l’improvvisazione ci rende mediocri e ci fa apparire inaffidabili.

Secondo problema: siamo italiani, ci piace parlare, e spesso questo denota l’incapacità di chiudere un argomento, di arrivare a conclusione.
Ma qual è l’obiettivo della presentazione? Cosa si vuole dire? Molte presentazioni mancano di struttura e di linearità. Molte persone sono semplicemente logorroiche, amano il suono della propria voce e non si curano affatto dell’audience che hanno davanti e che si sta annoiando. Chi parla inglese in modo fluente sa bene che un discorso di un politico italiano, nella sua traduzione in lingua inglese, può essere sintetizzato con almeno il 30%-40% in meno delle parole. Insomma, servono sintesi e chiarezza.

Terzo problema: il tempo.
Siamo una popolazione definita “policronica”, che vuol dire essenzialmente che facciamo fatica a gestire il tempo a nostra disposizione, manchiamo di puntualità, non siamo sempre capaci di gestire gli argomenti e le priorità, tendiamo ad usare troppe parole per esprimere un semplice concetto.

Molte presentazioni sono troppo lunghe o, al contrario, troppo sintetiche e denotano scarsità di contenuti rilevanti.

Quarto problema: l’incapacità di leggere il linguaggio del corpo dell’audience che ascolta.
Il suono della nostra voce ci è gradito, ma noncuranti dell’audience che si sta addormentando o che non mostra il minimo interesse per le nostre parole, rischiamo di fare pessime presentazioni.

Impariamo a leggere il linguaggio del corpo di chi ci ascolta, cerchiamo di coinvolgere l’audience, magari facendo delle domande, magari fermandoci per chiedere un’opinione.

Presentare in pubblico non vuol dire fare un monologo.

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