Perché la disoccupazione italiana dura più delle altre…C’era una volta l’ufficio di collocamento.

di Antonella Salvatore

Il tema disoccupazione è stato già ampiamente affrontato, ed in particolare ho parlato della mancanza di competenze, che ci rende poco appetibili sul mercato e che non facilita, insieme a tanti altri fattori, il reinserimento dei disoccupati nel circuito del lavoro.

Come mai all’estero un disoccupato non resta disoccupato a lungo e riesce a rientrare facilmente nel circuito del lavoro mentre da noi la disoccupazione sembra non finire mai?

E poi, quando uno resta disoccupato può andare ancora presso un ufficio di collocamento per chiedere aiuto? E se si, che tipo di aiuto può avere?

Per capire che fine hanno fatto gli uffici di collocamento dobbiamo parlare di flexicurity concetto che unisce le due parole inglesi flexibility e security (un ossimoro quindi, dato che flessibilità e sicurezza sono in forte antitesi); flexicurity intesa come modello del sistema lavoro che nasce in Danimarca negli anni 90’ e che si fonda su tre principi.

Il primo principio è la flessibilità data alle aziende nell’assumere e nel licenziare risorse umane.

Il secondo principio è la flessibilità data ai lavoratori che, una volta disoccupati, attraverso i cosiddetti Job centres (uffici di collocamento), hanno la possibilità di essere seguiti, formati, e di essere poi reinseriti nel mercato del lavoro abbastanza rapidamente.

Il terzo principio è quello della indennità che viene data a chi esce dal mercato del lavoro, e che gli viene garantita se ricerca attivamente lavoro e dimostra di ricercare lavoro attivamente (in poche parole, ti devi dare da fare per fare in modo che la comunità, non ti dia l’indennità a vita mentre non fai nulla).

Se questi tre principi funzionano, dovrebbe funzionare anche il rientro dei disoccupati nel mercato del lavoro (certo, in un mercato in cui le aziende sono competitive, innovano, assumono, e così via dicendo).

Esiste la flexicurity nel nostro paese?

Il primo principio è stato (a grandi linee) adottato: le recenti riforme del lavoro hanno inserito una maggiore flessibilità nelle assunzioni ma anche nei licenziamenti.
Il problema da noi è il secondo principio.
Intanto, i nostri centri di collocamento (centri per l’impiego) non svolgono le funzioni dei job centres che si trovano all’estero.
I nostri centri per l’impiego sono luoghi ai quali ci si rivolge essenzialmente per certificare lo stato di disoccupazione, per dire e dimostrare, insomma, che si è disoccupati.
I centri italiani dell’impiego non fanno quasi mai formazione né orientamento al lavoro, né tantomeno collegano i professionisti con il mondo delle imprese, mondo delle imprese che cresce meno che altrove data la scarsa competitività di cui ho parlato recentemente.

Si dice che mediamente il 2-3% della popolazione dei disoccupati trovi lavoro grazie a questi centri, le statistiche parlano di oltre 8mila dipendenti che riescono a collocare mediamente 4 persone l’anno.
Nel 2015 l’Italia ha investito 750 milioni per favorire lo sviluppo di questi centri, contro i 5,5 miliardi della Francia e gli 11 miliardi della Germania.

I centri per l’impiego portano alla luce due questioni: risorse finanziarie da investire e risorse umane da formare per aumentare la produttività degli impiegati.

Investire significa appunto assumere personale qualificato, che abbia i mezzi per affiancare i disoccupati nel difficile percorso della disoccupazione fino al reinserimento; un affiancamento attraverso la formazione (si, sempre lei!), la costruzione di collaborazioni con le aziende, lo studio delle skills necessarie.

Tolte le poche eccezioni in alcune città, i centri per l’impiego non funzionano come i job centres esteri; siglare accordi con le imprese locali, incrociare domanda ed offerta, cercare di capire con le aziende le figure necessarie e le skills da sviluppare e, laddove necessario, offrire formazione ai disoccupati che cercano lavoro sono argomenti che da noi non si gestiscono e neppure si affrontano.

Ed infine, il terzo principio della flexicurity, ossia l’indennità, che è sicuramente importante ma non quanto il funzionamento reale dei centri per l’impiego.

Un po’ come il proverbio cinese “dai un pesce ad un uomo e lo nutrirai per un giorno, dagli una canna da pesca e lo nutrirai per tutta la vita”.

L’indennità di cui si parla spesso è “il pesce”, una soluzione temporanea, short-term.
Se modificassimo le funzioni dei centri per l’impiego ed investissimo sui di essi, al contrario, lavoreremmo su strategie long-term per il benessere del paese, daremmo ai disoccupati “la canna da pesca”.

Ecco allora la risposta alla domanda “esiste la flexicurity“?

Da una parte l’ancora del posto fisso ed il terrore della flessibilità, dall’altra l’incapacità di creare un sistema moderno e avanzato di centri per l’impiego, unitamente alla scarsa competitività e alla mancanza di competenze, hanno reso la disoccupazione un problema strutturale e creato difficoltà di reinserimento.

Ecco perché la flexicurity in Italia resta ancora solo una parola straniera facile da pronunciare.

4 pensato su “Perché la disoccupazione italiana dura più delle altre…C’era una volta l’ufficio di collocamento.”;

  1. Antonella, credo che a questa lucida analisi si possa aggiungere anche una riflessione sulle agenzie interinali che provano ad aiutarci nella ricerca del lavoro impostando semplicemente un alert con una keyword negli annunci. Confrontando questo tipo di servizio con quello che viene per esempio offerto a Londra (racconti di una collega) forse si può fare di più!

  2. Ottimo articolo Antonella. Sono d’accordo con te anche se possiamo immaginare come alcune agenzie di intermediazione cercano si realizzare l’idea da te indicata rapportandosi con le scuole e con la scelta che i ragazzi devono prendere. Grazie Maurizio Piccinetti

    1. Grazie del commento Maurizio da direttore del centro di placement dell’università concordo pienamente. Il problema, e a questo mi riferisco, riguarda innanzitutto i disoccupati non giovani, che oramai sono usciti dal circuito scuole/università. Il loro reinserimento necessita di nuova formazione, di taglio molto più professionale. Grazie a te. Antonella Salvatore

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