Marco Aurelio ed il lavoro. Capire l’oggi con le parole di ieri.

di Cristiano Ranalletta

In una pausa caffè con Massimo Pigliucci – che insegna filosofia all’Università di New York – abbiamo parlato di stoicismo.
Averlo fatto – peraltro – davanti la curia di Pompeo, assume un connotato suggestivo.
Non sono mai stato attratto da quel terreno fertile di sciamani che offrono spiegazioni new age sulle reazioni individuali – sempre inquadrate in modo scorrelato dal contesto sociale.
Ho per contro sempre ricercato la sfera razionale.
Non esiste sfera razionale senza senso comune e concretezza” – diceva il poeta.
In questo contesto declino i “Pensieri” di Marco Aurelio e di come tale straordinario componimento possa essere applicato nella vita.
Di cosa stiamo parlando?
Parliamo di riflessioni personali dell’imperatore romano. Appunti, un soliloquio, in sostanza.
La straordinarietà, al netto di una vasta pletora di temi immensi, è la perenne attualità dei contenuti e l’immediatezza nella forma.
Ma ci vedo un passo successivo: gli ampi margini di applicazione nell’ambito specifico del contesto professionale (come parte significativa della nostra esistenza).
Nella sua opera sono le dottrine stoiche a dominare, appunto.

Devi costruire bene la tua vita, azione per azione, ed essere contento se ognuna raggiunge il suo scopo come meglio può.

Ma se penso al tormento che può generare il cambiamento nel contesto professionale:

Temere il mutamento? Ma che cosa potrebbe mai prodursi senza mutamento? Tutto si trasforma e anche tu sei continua trasformazione. Uva acerba, uva matura, uva passa, Tutto è trasformazione, non verso il non essere, ma verso ciò che non è ancora.

Nell’Opera si fa spesso riferimento alla fiducia – come evidenzio nei miei corsi –  elemento cruciale nella costruzione di qualsiasi attività.

E se considero il nostro contesto socio-economico e la dimensione di precarietà dell’individuo:

Non stare in ansia per l’avvenire, perché vi arriverai, portando in te la stessa ragione di cui ti avvali ora per il presente.

Anche Marco Aurelio lascia intendere che vi sia un paradigma, quello del talento, dal quale non si può prescindere, tuttavia questo non si traduce “tout court” con l’impossibilità di migliorarsi:

     “Non esistono ladri della volontà” – riprendendo una frase di Epitteto.

Se penso allo smarrimento del senso comune delle cose e più specificamente al tema dell’azzardo morale negli affari, per esempio mi viene in mente:

          Ciò che non giova all’alveare, non giova neppure all’ape.

E questo passaggio che segue non sintetizza quanto milioni di libri sulla resilienza hanno tentato di divulgare?

Sii come lo scoglio su cui s’infrangono incessantemente i flutti: saldo, immobile, e intorno ad esso finisce per placarsi il ribollire delle acque.

E queste due righe non sono migliori di qualsiasi retorica ascoltiamo sul refrain del fallimento?

Riparti daccapo se hai fallito, e considerati soddisfatto se la tua condotta risulta, almeno in parte degna d’un uomo.

Sebbene io non sia un fautore della visione che concepisce una decontestualizzazione della mente come molte discipline comportamentistiche e utilitaristiche, ritengo vi siano delle leve individuali che indipendentemente dal contesto possono essere attivate. In questo senso, caldeggio la lettura dei pensieri dell’imperatore. Una sorta di tagliando con se stessi.

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