L’edutainment: questione di coraggio

di Elisa Cruciani

Ricerche realizzate in differenti contesti in tutto il mondo hanno mostrato negli ultimi vent’anni che il successo di un manager non dipende tanto dalle conoscenze e capacità già possedute, quanto dalla rapidità e dall’efficacia con cui egli riesce a imparare cose nuove. L’apprendimento, quindi, fa la differenza: forma le competenze, porta al raggiungimento degli obiettivi e influenza in modo decisivo l’approccio interpersonale producendo benefici economici e sociali.
Come in un perfetto meccanismo matematico risultano centrali tanto la predisposizione di chi apprende quanto le capacità di chi insegna.
Nel 1987, anno in cui sono nata, Piero Angela, nel saggio “La macchina per pensare”, esortava gli insegnanti ad abbracciare l’antico motto latino del ludendo docere, ovvero dell’insegnare divertendo. Se questa esigenza era avvertita da qualche mente illuminata sulla soglia degli anni ’90, oggi diventa addirittura impellente se si considera che la curva media dell’attenzione è inferiore ai dieci secondi, sia nei bambini che negli adulti, fatto chiaramente dovuto all’incalzante processo di accelerazione subito dal mondo nell’ultimo secolo.

Come rispondere, quindi, ai cambiamenti che investono di continuo la nostra società?

Nel lontano 1973 Bob Heyman, documentarista del National Geographic, coniava il termine edutainment, per indicare un principio comunicativo in grado di soddisfare in egual misura l’istanza educativa (education) e quella del divertimento (entertainment). Il concetto, riscoperto e sempre più utilizzato in tempi recenti, pone il gioco al centro del discorso.

Ne consegue una domanda: accettiamo di riconsiderare il postulato secondo il quale il tempo del gioco deve essere assimilabile al solo concetto di svago, mentre quello all’apprendimento a qualcosa di serioso o tecnico?

Sebbene, infatti, il valore educativo del gioco sia riconosciuto a più livelli, la società sembra ancora piuttosto restia ad attribuirgli un vero valore formativo: lo si ritiene utile per consolidare abilità sociali quali il rispetto delle regole o l’interazione con i pari ma risulta più ostico accostarlo all’apprendimento di nozioni.

Il ruolo del gioco, o per meglio dire, del coinvolgimento e dell’engagement nel processo di apprendimento è invece essenziale e lo dimostra anche l’esigenza delle aziende di istituire percorsi di formazione non tradizionale per i propri dipendenti. Statistiche dimostrano che il 70% delle persone dichiara di non sentirsi coinvolta in ciò che fa quotidianamente perché mossa dalle dinamiche del “dovere” e non da quelle del “volere”. Ciò significa, per un adulto, perdere tanto in termini di produttività e opportunità, e, per un bambino, affrontare i processi di apprendimento in maniera svogliata e annoiata. Questo produce, per tutti, frustrazione e infelicità.

La motivazione basata sul piacere è quella che porta, ad ogni età, all’apprendimento più profondo e duraturo.

Siamo disposti a rinunciare alle vecchie e care certezze per correre incontro al cambiamento?

Un pensiero su “L’edutainment: questione di coraggio”

  1. Bello, Elisa! le tue riflessioni incrociano anche tutta la tematica di apprendimento informale e non formale, faccio riferimento a un interessante rapporto dei ricercatori dell’INAP, “Dal luogo alla persona, analisi di nuove opportunità di apprendimento in contesti non formali e informali” che trovi qui: http://oa.inapp.org/handle/123456789/93

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