L’arte della semina

di Elisa Cruciani

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Attraverso questo articolo si auspica di offrire ulteriori spunti di riflessione sul tema della cultura del lavoro in Italia, proponendo un focus proprio sulla parola cultura.

Il termine cultura deriva dal verbo latino colere che significa coltivare. 

Quando si comincia a coltivare? E come si deve coltivare?

Se è vero che non esiste un’età giusta, e questo lo dimostra l’esperienza del famosissimo nonno erasmus, è altresì vero che prima si gettano i semi della conoscenza, meglio si affronterà il mondo in maniera consapevole e produttiva. Animata da questa mission, nel 2015 ho fondato assieme ad altri giovani un’associazione volta a promuovere la cultura soprattutto ai bambini, spugne ricettive di molteplici stimoli, desiderosi di apprendere, rielaborare e costruire nuovi contenuti.

Ma come ci si parla? O meglio: come si parla con loro?
Troppo spesso si cade nell’errore di considerare i bambini come gli uditori passivi della società, grandi pozzi in cui svuotare tutto il sapere e la conoscenza degli adulti. In questo modo non si facilita la costruzione di una loro coscienza critica e non lo si pone nella condizione di dubitare ed eventualmente smentire ciò che viene loro trasmesso dall’alto.

L’insegnamento è uno degli atti più alti e delicati che una persona possa compiere nei confronti di un’altra, proprio per questo deve essere sempre effettuato con i mezzi più idonei.

A tal proposito amo ricordare l’aforisma proposto da Benjamin Franklin, inventore del parafulmine nonché scrittore e politico del Settecento americano:

“Dimmi e io dimentico.
Mostrami e io ricordo.
Coinvolgimi e io imparo”.

La prima parte del motto segue il tradizionale metodo di insegnamento, in cui qualcuno racconta qualcosa a un pubblico che resta in ascolto; successivamente entra in gioco la comunicazione visiva, dunque la trasmissione di informazioni si arricchisce di immagini e diventa sicuramente più interessante. Nella terza fase, quella del coinvolgimento, si raggiunge efficacemente l’obiettivo di insegnare perché il metodo si fonda sull’esperienza emotiva e fisica in cui si viene coinvolti.
Ritengo che mai come nella nostra epoca, protagonista di un processo incredibile di accelerazione cominciato negli anni novanta, questo aforisma trovi la sua più concreta realizzazione.

I bambini, quindi, vanno stimolati ma poi lasciati liberi di elaborare in autonomia ciò che hanno percepito, capito, vissuto e ciò che loro ha emozionato.

Deve quindi essere costante la volontà da parte dell’educatore di partecipare ad uno scambio bilaterale con i piccoli detentori del sapere.

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