La necessità di un nuovo Umanesimo, “digitale”

L’intervista a Giulia Silvia Ghia, Presidente di Verderame Progetto Cultura

D. Il patrimonio storico-artistico-culturale del nostro paese potrebbe rappresentare uno dei motori trainanti dell’Italia, ma l’Italia investe ancora poco in cultura (1,4% contro 2,1% media europea). All’estero si parla di Destination Management: abbiamo le figure professionali in grado di valorizzare il nostro patrimonio tanto efficacemente quanto i concorrenti stranieri?

In Italia abbiamo il sistema formativo migliore per formare storici dell’arte, restauratori, architetti, ingegneri. I laureati italiani in queste materie escono preparatissimi teoricamente in un loro specifico settore perdendo però la visione a 360 gradi che permette di comunicare con le altre professionalità necessarie per lavorare nei Beni Culturali e, soprattutto, sono completamente digiuni del lavoro pratico. Per occuparsi dei Beni Culturali invece è necessaria un’ampia veduta d’insieme e una profonda preparazione multidisciplinare che ad oggi nessuna scuola od università italiana è in grado di dare. Forse la neo nata scuola del Mibac di cui non sono in grado di fornire dati dato che è in partenza il primo anno nel 2019. La miglior scuola resta quindi l’esperienza senza mai lasciare da parte l’aggiornamento nelle molte discipline che compongono questo ambito.

D. L’Italia è al posto n.25 in Europa per la digital transformation: in che modo le nuove tecnologie e l’innovazione possono facilitare la diffusione della cultura, valorizzare il nostro patrimonio e permettere una migliore e più agevole fruizione?

Già molto si sta facendo rispetto a soli due o tre anni fa. La realtà aumentata ad esempio è uno strumento fenomenale se applicato nella giusta maniera a siti archeologici. Ma anche l’interattività ha creato un approccio diverso alla comprensione a alla fruizione del nostro patrimonio. Bisogna monitore sempre che i contenuti di questi sistemi tecnologici siano davvero di aiuto ad aumentare la corretta conoscenza e dunque l’apprezzamento dei nostri beni culturali. Il nostro problema è nella formazione a “compartimenti stagni” dei tempi moderni che non permette una visione d’insieme invece necessaria per una digital transformation valida. Sostanzialmente in Italia manca la capacità di comunicare tra le professioni digitali e le professioni umanistiche. Non siamo né preparati e neanche predisposti a far comunicare virtuosamente queste due sfere, se non in rare eccezioni. Per cui stiamo assistendo all’avanzare di progetti di digitalizzazione spesso wikipedia, ossia con contenuti il più delle volte superficiali e inessatti, senza una cabina di regia, senza che i dati immessi possano comunicare e senza che gli stessi possano essere aggiornati un domani con l’avanzamento dei sistemi tecnologici. Per cui i nostri prodotti sono spesso vecchi in partenza e isolati da altri che magari trattano gli stessi contenuti. Quello a cui si deve puntare oggi sempre di più, è di inserire i contenuti umanistici nella digitalizzazione per costruire percorsi corretti di fruizione e di connessioni. La formazione deve essere mirata a creare umanisti digitali oltre che manager culturali. Con una preparazione di questo tipo non ci sarebbero limiti alla creazione di messaggi culturali per tutti i livelli.

D. Di cosa si occupa Verderame Progetto Cultura?

La non profit nazionale e internazionale che presiedo da sei anni, è nata con l’intento di facilitare i rapporti tra i Beni Culturali italiani e i privati italiani e stranieri che avessero la volontà di partecipare alla conservazione, alla conoscenza e alla valorizzazione del nostro immenso patrimonio artistico. Come dei moderni mecenati attraverso i loro contributi, come donazioni o sponsorizzazioni, rendono possibile la realizzazione di progetti legati alla filiera dei Beni Culturali. I progetti che trovano il finanziatore vengono poi realizzati dai soci lavoratori altamente formati e specializzati, chiamati a far parte del team di lavoro necessario per quello specifico progetto.

Si può vivere di cultura in Italia?

Leonardo da Vinci, in alcuni fogli giunti sino a noi, ha appuntato una serie di “liste della spesa”. E’ noto infatti che dopo l’incontro nella bottega del Verrocchio con Sandro Botticelli, i due avrebbero cementato l’amicizia aprendo un’osteria chiamata Tre rane. Qui la clientela sceglieva il menù, sia leggendo le pietanze scritte da destra a sinistra dal mancino Leonardo, sia indicando le immagini disegnate dal Botticelli. Solo il menù doveva essere uno spettacolo. Ho riportato questa storia per comprendere che l’arte deve aiutare l’arte. Per vivere di cultura è necessario fare rete tra settori che apparentemente non c’entrano nulla, bisogna essere disposti ad aprirsi a “nuovi mondi” senza però sopperire al mezzo per giustificare il raggiungimento del fine. Con la cultura in Italia si è sempre “mangiato”, dobbiamo tornare a saperlo fare bene utilizzando il patrimonio umano preparato per questo.

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