“Is the pen on the table?” A lezione di inglese

di Antonella Salvatore

Nel 1987 mia madre decise che l’inglese che studiavo a scuola non sarebbe stato sufficiente per essere fluente e mi fece studiare fuori orario scolastico per le certificazioni di Cambridge.

“A che serve essere fluenti in inglese se molti non parlano neppure l’italiano?” pensai affranta dall’ulteriore mole di studio che mi si prospettava.

Tuttavia, la mia carriera e l’inglese sono sempre andati mano nella mano: senza la conoscenza della lingua inglese non mi sarei occupata di mercati esteri ed oggi non sarei dove sono a fare quello che faccio.

Sono passati più di 30 anni da allora, ma questo paese, ancora oggi, sembra essere fermo a “the pen is on the table.”  Lo stesso rapporto OCSE 2017 sostiene che l’Italia deve intervenire in questo senso.

Perchè la gran parte della popolazione non parla inglese e, se lo parla, lo parla male?

La formazione dei docenti. Come dice l’OCSE nel suo rapporto, molti professori vanno ancora formati sulla materia e la riforma della scuola, che prevede un piano triennale 2016-2019 di formazione dei docenti, prevede tra le materie anche la lingua inglese.

Il metodo di studio. Lo studio della grammatica è fondamentale, ma occorre poi che l’inglese sia applicato a situazioni di vita vera con il conversational English. Infatti, molti hanno principalmente difficoltà con la lingua parlata.

Le ore di inglese nei percorsi di studi. Forse le ore che si studiano a scuola non sono sufficienti? Inoltre, molti percorsi di studi nelle università italiane sono erogati esclusivamente in lingua italiana e agli studenti sono dati solo fonti e testi in lingua italiana.

Ecco perchè per questo paese l’inglese è ancora una sfida da vincere.

Ancora oggi, saper parlare bene inglese,  usando una terminologia business/professionale, rappresenta un vantaggio competitivo enorme per entrare, e restare, nel mondo professionale. Anche qui, il nostro paese deve recuperare il noto gap con l’Europa (e non solo).

In attesa che i cambiamenti e le riforme avvengano, possiamo sicuramente fare qualcosa: 1) Leggere in lingua inglese 2) Imparare termini nuovi ogni giorno 3) Guardare film in lingua originale 4) Usare materiale audio-visivo in lingua.

Così non saremo più quelli di “the pen is on the table”.

Un pensiero su ““Is the pen on the table?” A lezione di inglese”

  1. Da appassionata della lingua inglese, molto probabilmente il mio giudizio sarà di parte, ma in generale credo che manchi un’attribuzione di senso all’insegnamento della lingua. É presente nei programmi di studio, ma nessun docente dedica tempo a spiegare perché conoscere una lingua é utile, e in generale in Italia ci sono poche occasioni di confronto interculturale e linguistico (scarsa offerta di film in lingua originale, pochi progetti di scambio e studio durante la scuola, professori accomodanti all’università, alto costo dei corsi di lingua rispetto al reddito delle famiglie). Le lingue sono percepite come qualcosa in più rispetto alla professionalità che si sceglie.
    Così abbiamo due effetti:
    1 – la presenza nelle classi di docenti di lingua che non sanno neanche parlare la lingua che insegnano, ma che – nei casi fortunati – riescono a dare buone basi di grammatica. É vergognoso porre tanti paletti alla professione per poi avere docenti così scarsi in materie così importanti.
    2 – al momento dell’accesso al mondo del lavoro, lo shock: inglese chiesto ormai ovunque. Competenze gonfiate nei cv (consapevolmente o meno), colloqui di lavoro imbarazzanti, trasferimenti all’estero con alte aspettative poi insoddisfatte.
    Siamo un paese accogliente ma poco aperto al confronto.

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