Il pezzo di carta

di Antonella Salvatore

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Il concetto del “pezzo di carta” è un concetto molto italiano. Dimostrare di aver preso un “pezzo di carta”, cercare un lavoro grazie “al pezzo di carta”, “sfruttare il pezzo di carta” che si ha in mano. Non siamo più nel dopoguerra, epoca in cui il titolo era sufficiente per trovare un lavoro nell’Italia da ricostruire: oggi avere un titolo non è condizione più sufficiente per avere un lavoro.

Non sto dicendo di non studiare, tutt’altro! Ma basta con lo studio finalizzato al conseguimento del “pezzo di carta”! Lo studio deve essere finalizzato alla conoscenza, all’apprendimento, all’analisi e alla comprensione dei meccanismi di un mondo che è in continuo cambiamento.

Lo studio deve essere “maieutica”, ossia arte che fa partorire le menti, per utilizzare il metodo socratico.

Il mondo del lavoro, ma più in generale la nostra stessa società, ha bisogno di menti in grado di partorire idee, progetti, soluzioni, valore.

Sono ancora tantissimi gli italiani che dicono di avere un titolo e che si lamentano di non progredire in ambito lavorativo, nonostante il loro “pezzo di carta”. Il mondo del lavoro non ha solo bisogno di competenze tecniche, ancora peggio se acquisite tanti anni fa.

Per fare un esempio: che senso ha dire di conoscere la lingua inglese perché abbiamo preso una certificazione di inglese 10 anni fa, se poi non siamo capaci di strutturare una frase di senso compiuto in lingua inglese?

Di nuovo, il mondo del lavoro nello specifico, e più in generale la comunità in cui viviamo, non chiedono “pezzi di carta”, chiedono professionisti ed esseri umani evoluti, non solo istruiti, (giraffe, per tornare al mio post precedente), capaci di comprendere il contesto in cui operano, capaci di adattarsi continuamente, a qualsiasi età.

3 pensato su “Il pezzo di carta”;

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