Il lavoro (se) nobilita. O dell’attraversare alcuni paradossi del presente

di Andrea Bellezza

Da tempi ancestrali superare il paradosso è la porta per accedere a qualsiasi esperienza di crescita. Da Gilgameš allo Zen, per i culti misterici e religiosi, le scuole orientali, la grecità, per la filosofia: attraversare ciò che non ancora comprendiamo è fondante per ogni miglioramento e apprendimento. Questa lunga storia arriva fino ai giorni nostri, passando per Freud, Heisenberg, Einstein, fino ai dilemmi quantistici, alle suggestive teorie del cervello olonomico e dell’universo olografico. Siamo ancora al confine, dinanzi all’ignoto – basti pensare all’importanza dei costrutti di energia e materia oscure nella fisica contemporanea. La quadripartita finestra di Johari del noto/ignoto a sé/agli altri, ha il tassello periferico – ignoto a sé e agli altri – enorme. Insomma tutta la strada percorsa, non certo poca, rimane ancora una briciola di fronte a questa immensità.

Eccoci dinanzi al paradosso ove, come già ben consigliato in questo blog, abdichiamo al sapere, per aprirci al saper essere.

Tutto ciò non è astratto o lontano, ma molto concreto. Non lasciamoci ingannare. Il paradosso arriva fino a noi, vive in ogni momento e ci proietta nel presente-futuro, perché il paradosso – che scopriremo solo apparente – è lo snodo cruciale per ognuno, per ogni sfida, esperienza, per il lavoro e lo studio certo, ma forse per l’intera vita.

Accenneremo ad alcuni paradossi di questo tempo e, soprattutto, cercheremo di affrontarli, attraversarli, risolverli o, in una parola sola, di sublimare.

Il paradosso della nobiltà. O dell’appassionarsi.

Se il lavoro nobilita perché il pur pluridecorato Stachanov non è morto barone? Perchè molti nobili non hanno mai lavorato? E ancora perchè sono così tanti quelli che sognano l’agognata vincita che permetta loro di non lavorare più?

Mi chiedo se il famoso motto ‘Il lavoro nobilita l’uomo’ voglia intendere che il lavoro, tecnicamente qualsiasi applicazione di energia al conseguimento di un fine, rende nobile l’essere umano o, invece, che un’attività può definirsi compiutamente lavoro solo se nobilita.

L’autore della nota frase non è accertato, ma pare molti l’abbiano attribuita a Charles Darwin. Anche se fosse stato davvero il padre dell’evoluzionismo per selezione naturale a pronunziarla, ciò non fuga il dubbio. La frase potrebbe segnare il passo di una nuova etica del lavoro, marcata dalla sopravvivenza e progressivamente sempre più svuotata di valore o, magari, affermare che il lavoro è tale se nobilita, quindi solo se ci adatta come esseri umani ad una condizione migliore. Tesi azzardata, convengo. Ma lasciate che mi illuda.

E poi cosa significa condizione migliore? E ancora questa nobiltà è di censo o d’animo? Il lavoro è un diritto, come in buona parte della modernità occidentale, oppure un dovere, concetto più diffuso in oriente?

La situazione si complica. Se il lavoro è così importante che vi si fondano su repubbliche, perché siamo afflitti dalla disoccupazione? E questa come va inquadrata e affrontata, ricordando però di non confondere la patogenesi – comparsa di segni di alterazione, con l’eziologia – lo studio delle cause?

Ma esiste poi solo questa concezione, quindi per dirla alla Marx de Il Capitale che ‘E’ il lavoro a rendere tale l’uomo’ ?

Le digressioni sono tante, molte distopiche in varie salse catastrofiche post-industriali, altre invece più allettanti.
Intanto c’è la felicità, nelle varianti politiche e filosofiche, la cui teoria e pratica spesso si erge fino a riassorbire il lavoro.
E poi l’escatologia, quelle mistiche – ovvero tornare in modo nuovo a quello condizione in cui non siamo condannati a ‘lavorare col sudore della fronte’ e la natura è prodiga, e quelle più cyber, in cui sono le tecnologie ad aiutarci, i robot lavorano e pagano le tasse al posto nostro, e l’umanità evoluta si dedica solo per scelta e diletto.

Perdurando numerosi crucci sulla vicenda, rimando ad altri più dotti e accreditati la disquisizione, ma vediamo comunque di ‘pararci’ in ogni caso e, di anonimo in anonimo, leggiamo:
‘Il Maestro non può separare (…) il lavoro dalla passione. Egli solo persegue l’orizzonte dell’eccellenza, ma già felice nel solo passo.’

Quindi devo fare un lavoro che mi appassiona? O mettere passione in qualsiasi lavoro?

Possiamo e dobbiamo fare entrambe le cose, sempre, contemporaneamente.
Cercare strenuamente di lavorare in ciò che ci appassiona, ma anche appassionarci con perseveranza a ciò in cui lavoriamo. Per scoprire forse che, pur lungo percorsi differenti, raggiungiamo la stessa meta: l’incontro con la passione.

Ma siete così sicuri di volerla incontrare questa passione?
Si? Molto bene. Allora mettete in conto il sacrificio necessario all’altare della vostra ‘arte’, e annullate almeno qualcuno dei prossimi impegni mondani in agenda. Dimenticavo, non crediate di poterla dominare, la passione, nè controllare o costringere al vostro successo. Se la volete sarà lei a condurvi, ad accompagnarvi, ad educarvi – che se ricordo bene significa condurre oltre…

Primo paradosso attraversato.
Se c’è passione, intensità, energia vitale, questo basta, e ci nobilita. Ci orientiamo all’eccellenza, orizzonte più ampio del nostro fine personale, e che può comprenderlo, ma la felicità la cogliamo in ogni attimo, e nel susseguirsi di questi.

In quanto applicazione dell’energia verso un fine che migliora le condizioni ecosistemiche, lavoro e armonia non sono più distinti.
Il lavoro come atto del nobilitare il mondo e l’animo, e la felicità come realtà poetica e politica.
Si, il lavoro nobilita, decisamente!

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