Il dramma dell’Italia?…La mancata qualificazione ai mondiali di calcio, ovviamente.

di Antonella Salvatore

Il passaggio da studente a professionista è un passaggio estremamente sottovalutato, e per questo completamente trascurato, dal sistema di istruzione del nostro paese.
Da noi vi è la errata convinzione che un giovane, conseguita la laurea, possa, debba o sappia orientarsi nel mondo del lavoro da solo, perché oramai è un adulto e non è più uno studente.

In verità, fatta eccezione per poche università che seguono i giovani studenti e laureati nello sviluppo professionale, nei colloqui, nella costruzione del network professionale (sono una di quelle persone che fa questo lavoro), la gran parte delle università in questo paese non sa nulla o quasi di cosa accade ad un laureato a partire dal giorno successivo alla laurea, molte università non hanno più traccia dei propri laureati, dove sono, dove vanno a lavorare, con chi vanno a colloquio, quali skills hanno sviluppato, cosa sono diventati.

Eppure, uno dei momenti più difficili nella vita di un individuo è proprio quello in cui si cessa di essere studenti, un momento difficile perché si perde una identità che ci è appartenuta per quasi vent’anni.

Essere studenti indica comunque uno status, genera un senso di appartenenza ad una determinata categoria di persone.
Ma quando si termina di studiare, seppur con il pezzo di carta in mano, non si è ancora professionisti e, soprattutto, non si sa neppure cosa si vuole essere o diventare “da grandi”.

Il punto è proprio questo: cosa fare da grandi?

Regna tanto confusione: da una parte il pezzo di carta, dall’altra le pressioni della famiglia e del mondo che si aspettano qualcosa che si chiama “posto di lavoro”, ancora meglio se sicuro e fisso.

Nel mezzo loro, i giovani, che non sono più studenti e che non sono ancora professionisti.

Intendiamoci, la colpa non è dei giovani che non sanno cosa fare o che non vogliono lavorare.

Nella realtà i problemi risiedono nel nostro meccanismo educativo e nella nostra burocrazia, siamo maestri della burocrazia.

Intanto, “cosa fare da grandi” non è una questione da affrontare dopo la laurea.
“Cosa fare da grandi” è un tema che va affrontato già dalla scuola; quando si arriva alla laurea è troppo tardi, il giovane ha solo ansia e pressione, le famiglie hanno tante aspettative, il laureato si trova a navigare per la prima volta in un mare che non conosce.

Altro problema, la verticalità del nostro sistema di studi.

Molti percorsi di studi sono ottimi, in alcune materia siamo altamente specializzati, ma il mondo professionale, e più semplicemente le nostre vite, richiedono apertura mentale, trasversalità, capacità di analizzare i problemi da diverse prospettive.

Da anni oramai, nei paesi esteri, non è raro trovare studenti di materie classiche che studiano contemporaneamente materie più scientifiche, come management o marketing o economia. Ad esempio, studenti di storia dell’arte, che studiano management affinché un giorno possano, non solo capire il patrimonio culturale, ma anche, e soprattutto, gestirlo.

Quando ho studiato per il mio M.B.A. ho avuto colleghi provenienti da facoltà di ingegneria, letteratura, studi classici; da noi, si è ammessi a studiare per un M.B.A. se si ha principalmente un background economico-gestionale, all’estero si aprono le porte alla diversità di background e di esperienza, si parla anche di apprendimento orizzontale e non solo verticale.

Occorre integrare le varie discipline, e comprendere che la diversità di background e di vedute può rappresentare una ricchezza per la risoluzione dei problemi e per la crescita degli individui.

Inoltre, un sistema educativo quasi del tutto privo di hands-on experience, ossia privo di esperienza lavorativa e pratica, un mondo scolastico-accademico prevalentemente lontano dai professionisti, dagli imprenditori, dai manager, da chi il lavoro lo crea ogni giorno. Sono ancora troppo pochi i ragazzi che fanno esperienze lavorative a 16-17-18 anni ed ho già ampiamente parlato dei limiti della Alternanza Scuola Lavoro, così come ho parlato del fatto che molti percorsi formativi dovrebbero essere sviluppati in collaborazione con le aziende.

Il nostro sistema educativo è complesso, ancora pieno di burocrazia, e probabilmente anche questa è la ragione per cui i nostri giovani trascorrono anni nelle università, o la ragione per cui neppure il 25% raggiunge la laurea contro una media europea di circa il 40%.

Il nostro sistema educativo tende a trasferire agli studenti una fortissima cultura della maglia numero 10, la cultura del campione, della vittoria, del leader.

Il modello che i giovani studenti ereditano è un modello “maschio” di essere campioni a tutti i costi, anche a costo degli altri. Forse, anche per questo, il paese fatica ad accettare che i propri figli possano fallire o commettere errori, come quello di non studiare ed essere bocciati.

Il modello si fonda molto poco sui principi di squadra e di integrazione; integrazione di discipline (classiche e scientifiche), integrazione di mondi (accademico e professionale), integrazione di culture (italiana e straniera).

Ma in fondo, che importa? Anche se il sistema educativo crolla, il dramma vero resta la mancata qualificazione ai mondiali della nazionale maschile di calcio.

Neppure sapere che la squadra femminile si è qualificata anticipatamente per i mondiali consola il paese: sono donne, è una squadra, non sono campioni n.10.

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