Geografia: se solo la insegnassimo di più!

di Silvia De Angeli

La geografia è una disciplina vasta, complessa e dinamica, oggi spesso relegata ai margini dei programmi di insegnamento. In risposta alla preoccupante e critica situazione italiana, una rivalutazione globale e profonda del sapere geografico più servire come trampolino di lancio verso un futuro più consapevole.

Parliamo di geografia, ovvero della “scienza che ha per oggetto lo studio, la descrizione e la rappresentazione della Terra nella configurazione della sua superficie e nella estensione e distribuzione dei fenomeni fisici, biologici, umani che la interessano e che, interagendo tra loro, ne modificano continuamente l’aspetto” (Treccani). Quanta varietà in una sola espressione, in quella che sembra essere il connubio perfetto tra uomo e natura.

Sarà che la natura ci interessa poco, ma che fine ha fatto oggi la geografia? A cosa serve insegnarla dato che i nostri smartphones danno tutte le risposte che cerchiamo?

Bè, semplicemente la geografia serve a tutto: a conoscere meglio noi stessi e il mondo.

Avere accesso a infinite informazioni non significa, di per sé, acquisire competenze.

La geografia è invece un lungo processo di comprensione, attraverso cui si si impara che lo stare al mondo parte proprio da una lettura cosciente della realtà. La geografia non è una cartina polverosa attaccata ad un muro scolastico oppure lo studio mnemonico delle capitali europee. La geografia è una lente attraverso cui osservare il mondo e comprendere i diversi paesaggi che lo caratterizzano. “Vedere i negozi che chiudono e i centri commerciali, le fabbriche abbandonate, i poveri nelle metropolitane quando fa freddo: questa è geografia” (C. Brusa, docente di geografia all’Università del Piemonte Orientale).
La scuola italiana, purtroppo, sembra non comprendere pienamente il valore di questa disciplina e la relega a “fanalino di coda” delle altre, a materia “tappa buco” negli orari scolastici. Una soluzione a questo “disorientamento” nell’insegnamento della geografia sarebbe quella di inserirla, ma veramente (e non come accade con l’educazione civica), come materia transdisciplinare. Dalla letteratura alla biologia, dall’educazione fisica alla storia, e poi alla sociologia: tutto ha a che fare con la geografia, “una scienza che si avvale di più discipline per raccontare il rapporto fra l’uomo e il paesaggio, fra l’uomo e il pianeta” (C. Masetti, Presidente del Centro Italiano per gli Studi Storico-Geografici).
Un secolo fa Emilia Formiggini Santamaria, in “Lezioni di didattica”, sottolineava la necessità di un approccio didattico della materia di tipo esperienziale-pratico, piuttosto che di un insegnamento meramente teorico. La difficoltà nella realizzazione di questa visione è che la scuola italiana, ancora oggi, rifiuta la praticità: tanta conoscenza astratta e poca applicazione. Dovremmo dare più spazio al critical thinking e alle actual experiences, pilastri del metodo americano. Learning by doing: un grande consiglio che dovremmo ascoltare.

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Sono anni che ci interroghiamo sull’importanza della geografia nelle scuole, come ingrediente per una società migliore. Ne “I programmi della Scuola Elementare” (D.P.R. 12 febbraio 1985, n 104) viene chiarito come “l’insegnamento della geografia […] dedicherà opportuna attenzione ai modi ed agli effetti dell’esperienza degli uomini sul territorio […] dovrà far emergere la consapevolezza che le decisioni di intervento sul territorio non dovranno essere riferite esclusivamente ai bisogni degli uomini; dovranno essere tenute in debita considerazione anche le esigenze delle componenti non antropiche, specie di quelle appartenenti alla biosfera”. La geografia, dunque, è consapevolezza. “Si tratta di far acquisire uno specifico modo di osservare ed un linguaggio appropriato per descrivere e per rappresentare”. La geografia prima di tutto permette agli alunni di attribuire senso alle loro esperienze. “Gli avvenimenti di attualità, le trasmissioni televisive, i films documentari, i viaggi, le vacanze, le escursioni didattiche, il rapporto diretto con l’ambiente offrono occasioni per l’avvio di conversazioni e per successivi lavori di ricerca”.

La geografia ci fa scoprire chi siamo, dove siamo e perché siamo. Ma anche perché non siamo e perché non saremo.

È un cosciente stare al mondo come esseri sia naturali che sociali, come persone in grado di comprendere “il valore della […] diversità, della differenza, della molteplicità” (M. Onfray). 
Un bambino che studia geografia sarà una persona completa, informata sul senso e sul perché del mondo. Sarà propenso all’ecologia, alla sostenibilità ma anche al turismo, ad un’economia green e ad una politica consapevole dell’originalità e della specificità locale. In un paese come l’Italia, basato su turismo, peculiarità territoriali, riserve naturali e produzioni agricole, un sapere geografico significa progresso. Significa posti di lavoro. Emarginarlo, al contrario, porta (e la situazione italiana lo dimostra) alla crisi di tutti quei settori che hanno a che fare questo.

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La geografia è una risorsa sociale, economica e politica, “non è una semplice materia di studio, è un diritto fondamentale perché aiuta a creare cittadini informati e responsabili» (A. Riggio, presidente Ass. Geografi Italiani).
Chi studia geografia impara ad andare oltre all’evidenza di una società materialistica e con pochi orientamenti se non prettamente consumistici e sa comprendere che un paesaggio è il risultato di una pluralità di prospettive e di voci differenti. “La geografia è la storia dell’oggi” (G. De Vecchis, presidente ass. Italiana Insegnanti di Geografia). Permette di ampliare la mente e non solamente gli spazi fisici conosciuti.

Oggi, in un’Italia priva di orientamenti ed orgoglio territoriale, la geografia può essere la chiave di volta. Insegniamo ai nostri figli la loro origine, accresciamo in loro un senso di appartenenza e di identità ma anche una prospettiva geografica tale da permettergli di guardare oltre i loro evidenti confini. Perché i confini identitari non sono muri, anzi. Il senso di appartenenza è il passaporto per il mondo, non una barriera. “La ricerca e l’educazione geografica promuovono ed ampliano la comprensione culturale, l’interazione, l’uguaglianza e la giustizia” (Dichiarazione Internazionale sull’ Educazione Geografica per la Diversità Culturale).

Dunque, coloriamo di geografia i nostri programmi scolastici ed i corsi universitari. Diamo una nuova possibilità a questa disciplina variopinta. Solo così il mondo riacquisirà un nuovo aspetto e noi una nuova percezione di noi stessi.

Chi conosce il mondo conosce se stesso. Chi conosce il mondo lo racconta e lo mantiene. Chi comprende la fragilità della natura se ne prende cura.

Chi coglie le particolarità che caratterizzano i luoghi cerca di conservarle. Chi riesce a leggere sotto le radici della fredda modernità ritrova il calore della terra ed il verde di un mondo che non è morto, anzi, freme per uscire allo scoperto. Diamogli voce!

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