EQUAL PAY DAY: l’Europa ricorda la NON parità di genere

di Antonella Salvatore

Il 3 novembre in tutta Europa si è parlato di EQUAL PAY DAY.

Cos’è l’EQUAL PAY DAY?
Il giorno a partire dal quale, secondo i calcoli della Commissione Europea, le donne in Europa iniziano a lavorare gratis per proseguire fino alla fine dell’anno.
In Europa, come in tutto il mondo, le donne sono pagate meno degli uomini: le statistiche europee dicono che una donna lavora mediamente quasi due mesi gratis (dal 3 novembre al 31 dicembre), quindi è come dire che le donne sono pagate mediamente per dieci mesi, mentre gli uomini per tutto l’anno.

Ma la situazione nel mondo è tanto grave quanto in Italia?
Tutti i paesi devono fare ancora molto per raggiungere la parità di genere, ma ci sono stati a cui dovremmo forse guardare se davvero abbiamo l’intenzione di migliorare la situazione delle donne nel nostro paese.

Intanto, diamo un’occhiata all’ Islanda, unico paese ad aver inserito una legge che obbliga la parità dello stipendio tra uomini e donne; in pratica, un datore di lavoro non  rispetta la legge se paga una donna meno di un uomo, ovviamente se entrambi hanno la stessa posizione e svolgono le stesse mansioni (non a caso, l’Islanda è anche al primo posto nel report annuale sul gender gap).

La disparità di stipendio tra uomini e donne, è stata indicata dall’ONU “come il più grande furto della storia” ma i governi del mondo sembrano avere altri impegni al momento e la situazione donne e lavoro non è sempre una priorità.

Gli stessi governi, nei vari paesi, vedono scarsa rappresentanza femminile: nell’attuale governo italiano i ministri donna sono 5, solo 2 con portafoglio.

Per par condicio, guardiamo questo interessante grafico che mostra le donne nei vari governi del nostro paese, fonte Associazione Openpolis: idee politiche a parte, sembra che solo il governo Renzi abbia avuto una rappresentanza femminile pari a quella maschile.

Openpolis

Se il divario di stipendio uomini-donne è alto, lo è ancora di più il tasso di occupazione.
Il tasso di occupazione femminile nel nostro paese raggiunge circa il 49%, mai stato così alto nella storia ma siamo al penultimo posto in Europa; la media europea di occupazione femminile si avvicina al 65%, con punte che superano abbondantemente il 70% in Scandinavia.

Quali sono le ragioni per cui le donne italiane lavorano meno delle donne europee?

Non si parla solo di mancanza di posti di lavoro, si parla soprattutto di ragioni culturali.
Intanto, il 30% delle donne si dimette dopo la gravidanza, questo per l’impossibilità di gestire un figlio e, contemporaneamente, andare a lavoro.
Per avere un figlio occorrono servizi che nel nostro paese mancano spesso, primo fra tutti gli asili nido. Non siamo ai livelli richiesti dalla UE, in regola solo alcune regioni, il Sud manca quasi del tutto di queste strutture, si veda questo articolo di Avvenire.

La percentuale delle donne che si dimette alla seconda gravidanza è addirittura doppia, se è difficile gestire un figlio immaginiamoci due!

L’altra soluzione per la gestione della famiglia è quella del lavoro part-time, 6 donne lavoratrici su 10 sono spesso costrette a scegliere un part-time, e questo per un semplice fatto culturale.
Spetta alla donna richiedere il part-time, non sicuramente all’ uomo.
Lo abbiamo già detto, l’Italia è ancora il paese dove la donna è colei che deve occuparsi della casa, dei figli, dei nonni, del marito, quindi è lei che deve lasciare il lavoro, non può farlo il marito.

Infine, una nota positiva riguarda le donne che siedono nei consigli di amministrazione delle partecipate pubbliche: la legge 120/2011 ha obbligato ad una crescita delle quote rosa comportando una maggiore partecipazione delle donne in aziende quotate, all’interno degli organi di amministrazione e controllo. Lo sviluppo c’è stato, siamo passati dallo scarso 6% di partecipazione del 2008 ad oltre il 30% degll ultimi anni, anche se è vero che quasi sempre le donne non hanno poteri esecutivi.

Ancora una volta, dobbiamo riconoscere che serve un cambiamento culturale: anche le leggi, da sole, non bastano a cambiare la cultura di un paese.

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