Del poco lavoro che abbiamo, del suo scarso valore…e del “tutti sono utili nessuno indispensabile”

di Antonella Salvatore

Perché il nostro lavoro, oltre che essere poco, vale anche poco?

Dato che il lavoro si lega alle competenze partiamo dai dati sulle competenze.

Il rapporto OCSE di fine 2017 rivela che il 39% della popolazione italiana tra i 25 ed i 65 anni non ha le competenze tecniche per far fronte alle sfide future.
L’Italia, fanalino di coda nell’area OCSE per competenze tecniche e formazione, è preceduta solo dal Cile e dalla Turchia.

Primo concetto importante: non abbiamo le competenze tecniche, le nostre PMI mancano di skills tecniche innovative.

La mancanza di competenze tecniche e di innovazione porta le imprese italiane ad una scarsa competitività e produttività rispetto alle imprese estere. A loro volta, questi livelli bassi di produttività portano le stesse aziende italiane a poter impiegare ed assorbire un numero limitato di lavoratori con una conseguente crescita contenuta (infatti, cresciamo nella misura dell’1,5% contro il 2,5% della media europea, le cifre della cugina Spagna sono addirittura doppie rispetto alle nostre).

Secondo concetto importante: capiamo allora che non è solo riducendo la tassazione che le imprese possono crescere.

Riducendo la tassazione, quindi riducendo il costo del lavoro, le aziende possono assumere più lavoratori ma a cosa servono i lavoratori se le aziende non hanno commesse e lavoro sufficienti?

Comprendiamo allora che per crescere dobbiamo sicuramente ridurre il costo del lavoro, ma dobbiamo anche essere competitivi e per essere competitivi dobbiamo innovare e formarci, sempre e continuamente.

Tutto questo porta valore non solo a livello aziendale ma anche, e prima di tutto a livello individuale.

Oggi, il problema di molti disoccupati adulti che cercano di rientrare nel mercato del lavoro è il loro scarso valore sul mercato.

Molte persone, perso un lavoro, faticano a trovarne un altro, non solo per il limitato numero di posti di lavoro, ma anche perché la loro preparazione non è sufficiente, non è competitiva.

Oggi molti lavoratori che hanno conseguito un diploma di scuola superiore, o anche una laurea, e che lavorano in aziende che non erogano formazione e che non sono innovative, se perdono il lavoro sono fuori dal circuito professionale e quindi fuori dalla stessa società (perché il lavoro è anche identità e riconoscimento, si legga il mio articolo del 1 maggio).

Terzo concetto importante: se investissimo in innovazione e formazione non solo le aziende sarebbero più competitive ed assumerebbero di più, ma daremmo un vantaggio anche agli stessi lavoratori, che sarebbero più preparati e più appetibili sullo stesso mercato.

In questo modo, la regola del “tutti sono utili nessuno è indispensabile”, cesserebbe di esistere.

Il lavoratore formato, preparato, valorizzato, non sarebbe più uno fra tanti, uno non varrebbe uno; la risorsa umana sarebbe unica, come effettivamente è, e potrebbe fare la differenza nella competitività delle aziende così come nella propria.

E i soldi per la formazione?

Il rapporto INAPP (Istituto Nazionale per le Politiche Pubbliche) anni 2015-2016, mostra che l’Italia si trova ben al di sotto della media europea nella partecipazione della popolazione (di età compresa tra i 25 ed i 64 anni) alle attività di istruzione e formazione. Nel 2015, il 7,3% della popolazione italiana si è impegnato in formazione, contro la media del 15% di Olanda e Francia, per arrivare a percentuali che vanno dal 25% al 35% per la Scandinavia.

Le imprese italiane hanno fondi professionali da cui attingere per la formazione ma questi fondi spesso non sono utilizzati per la formazione di competenze tecniche.

A pagina 104 del  rapporto OCSE di cui sopra, si dice che Fondimpresa dichiara che per la metà dei lavoratori la formazione significa formazione sulla sicurezza (ricordiamo che il corso sulla sicurezza in azienda è obbligatorio, gli altri corsi non lo sono).

Se investissimo in formazione professionale continuativa (ed innovativa) potremmo concorrere meglio a livello internazionale, e gli stessi lavoratori sarebbero a loro volta competitivi e quindi avrebbero un maggiore valore.

Quarto, ed ultimo, concetto importante:

se investissimo in formazione ed innovazione aumenterebbero il valore delle imprese e quello dei lavoratori. Più semplicemente, la formazione migliorerebbe la competitività della aziende, valorizzerebbe i lavoratori e farebbe crescere il valore del lavoro italiano.

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