Volontariato all’avventura

di Flavia Antonelli

WalkForResearch7.9.18

Cosa vuol dire fare volontariato? Come ci si sente a supportare una raccolta fondi per una ricerca scientifica portata avanti proprio dall’ospedale che ti ha salvato la vita quando eri bambina? Come ti cambia un’esperienza di due settimane lontano da lavoro, famiglia e comfort, rinunciando a tante cose, perfino alla tua paga oraria?
Questi sono solo tre degli innumerevoli dubbi e domande che mi tenevano sveglia la sera prima di partire per una vera e propria missione di beneficenza, un’avventura che non mi dimenticherò mai: la Walk For Research in supporto della raccolta fondi della Fondazione Bambino Gesù per la ricerca scientifica sulla genesi delle malattie neurodegenerative. Una causa importante sostenuta da un’istituzione importante per la quale Alessandro Ronald Sabelli, fondatore e ideatore di Walk For Research, nonché mio coordinatore da ormai 4 anni al Dipartimento Sportivo della John Cabot University, ha deciso di camminare quasi 900 km lungo la Via Francigena in soli 16 giorni, dando così maggiore visibilità alla raccolta fondi, con l’obiettivo di sensibilizzare le persone all’azione in prima persona oltre che alla semplice donazione. Per raggiungere tale obiettivo, Alessandro mi ha proposto di collaborare con lui e di aiutarlo in questa sua impresa. Non potevo tirarmi indietro, così sono entrata a far parte del team Walk For Research, composto da Roberto Ronzulli, documentarista, e Maria Plateo, social media manager. L’avventura è iniziata mesi prima della partenza, strutturando un lavoro di comunicazione e di ufficio stampa in collaborazione col team che portava i colori della John Cabot University, una garanzia di professionalità e serietà soprattutto in ambito no-profit. Coordinandomi con Maria, ho messo in pratica tutte le mie conoscenze dei social, creando contenuti grafici efficaci e atti a far spiccare la causa supportata da Walk For Research sulle piattaforme digitali. Mettendo in campo le mie capacità per promuovere l’iniziativa il più possibile, sono riuscita a far arrivare il progetto Walk For Research in radio e nelle riviste online, grazie a interviste e articoli. Un lavoro, quello di ufficio stampa e relazioni digitali, oltre che di gestione dei social media, che ero abituata a svolgere solo in ambito musicale, grazie alle mie recenti esperienze come band manager. Mi sono quindi messa alla prova nel mondo del no-profit, un ambito che ero felice di esplorare a livello professionale ma soprattutto personale.

Dopo un’estate di lavoro quasi no-stop, tra promozione e programmazione del lavoro da fare durante la camminata, finalmente l’8 settembre è iniziato il nostro viaggio! Alessandro e Roberto si svegliano prima dell’alba per iniziare a camminare lungo la via Francigena, partendo dal Passo del Gran San Bernardo, al confine con l’Austria. Il mio ruolo era guidare la macchina di supporto e continuare il lavoro di comunicazione sui social, creando contenuti giornalieri. Nei weekend Roberto camminava con Alessandro per fare riprese con cui sviluppare un documentario finalizzato alla promozione della raccolta fondi anche a fine camminata. Da Roma, Maria mi aiutava con il lavoro sui social e la Fondazione Bambino Gesù contattava i vari comuni sulla Francigena per chiedere supporto al progetto e ospitalità al nostro team. Il piano era chiaro e lineare ma non semplicissimo nella realizzazione, soprattutto per Alessandro che avrebbe dovuto camminare una media di 56 km al giorno per riuscire ad arrivare in 16 giorni a Roma. Tuttavia, siamo partiti carichi di energia e pieni di speranza, soprattutto grazie al supporto di un privato che ci ha ospitati e fatti sentire a casa al Passo del Gran San Bernardo la sera prima di iniziare la camminata.

La nostra avventura, tuttavia, mi spegneva l’entusiasmo giorno dopo giorno. “La causa vale più di ogni altra cosa”, mi ripetevo questa frase in continuazione, soprattutto nei momenti bui vissuti durante la camminata. La stessa frase mi risuonava in testa quando ci imbattevamo in persone sgarbate e affatto ospitali, quando alcuni Comuni ci rifiutavano qualsiasi tipo di appoggio o supporto all’iniziativa; anche quando ho subito il furto di tutta la mia attrezzatura professionale (oltre che di effetti personali, documenti, ricordi), cercavo di convincermi sempre di più che “la causa vale più di ogni altra cosa”.
A distanza di ormai due settimane dalla fine della camminata e a dispetto di tutte le disavventure che abbiamo vissuto, oggi sono del tutto convinta che la causa valga più di ogni altra cosa, ma sono anche convinta che sia oggettivamente difficile portare avanti un’iniziativa no-profit come Walk For Research, soprattutto per chi ci lavora con impegno e dedizione al fine di garantirne la visibilità e il successo che si merita.
La verità è che mi sento perfino fortunata se penso a tutte quelle persone e ai Comuni che ci hanno accolto e supportato, e sono grata a chi ci seguiva ogni giorno sui social e ci mandava il calore da ‘casa’; sono soddisfatta di aver agito con gratuità e sono felice di essere cresciuta professionalmente e essermi resa conto del valore che una neolaureata 23enne piena di passione aggiunge ad un progetto di beneficenza come questo.

Alla me di un mese fa e a tutti i giovani che vogliono mettersi alla prova nel mondo della beneficenza in Italia, vorrei consigliare di partire con tanta motivazione per mantenere la concentrazione sull’obiettivo della causa così da non lasciarsi mai sopraffare dagli ostacoli che si presentano inevitabilmente, che siano essi causati dal “sistema Italia” o semplici sventure. Quando davanti a tante difficoltà il morale non sarà dei migliori, ci si pone la fatidica domanda: vale la pena fare volontariato? La risposta non può che essere una ed una sola: sì, ma tenendo sempre a mente che nel nostro Paese tutto è realizzabile e nulla è facile, tanto meno le opere di bene contro corrente. Però “la causa vale più di ogni altra cosa”.

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