Il paradosso dell’innovazione

di Andrea Bellezza

Paradosso innovazione

Appassionati e competenti, decisamente si. Certamente dobbiamo essere anche innovativi. Che poi cosa vuol dire innovazione? E’ veramente altra cosa rispetto alla tradizione? E se non esistesse?

Intanto sbrogliamo qualche nodo.

La comunità scientifica ha ritenuto nel tempo utile distinguere l’innovazione da invenzione e creazione. Queste ultime sono la generazione del nuovo, lampeggiano nell’intuizione, si strutturano nella ricerca e nello sviluppo, quindi riguardano la comparsa di nuovi concetti, idee, progetti, opere. L’innovazione invece è l’adozione del nuovo che è stato generato, ovvero quando tante persone, fino alla curva gaussiana della maggioranza, utilizzano tali nuove invenzioni o creazioni. L’innovazione quindi è un tema comportamentale, psicosociale, naturalmente economico; non è un tema prettamente tecnico o tecnologico, pur riguardando spessissimo l’adozione di invenzioni che quasi sempre lo sono.

L’innovazione non differisce dalla tradizione. Sono nella sostanza la stessa cosa, differiscono solo nel verso. Entrambe accadono solo nell’esperienza viva del passaggio. La tradizione è il noto che diventa nuovo, e vive solo se chi è depositario dell’antico sapere lo tramanda e così lo rinnova. L’innovazione è il nuovo che diventa noto, e vive solo se chi padroneggia il nuovo sapere lo condivide e così lo completa. E questa spirale virtuosa si esalta se i due flussi sono armonici.

L’innovazione non esiste. Ciò che era innovativo ieri non lo è oggi, e ciò che è innovativo oggi non lo sarà domani. E’ come il tempo. Che per noi passa. Ma che non esiste così come lo percepiamo. Ogni attimo della nostra vita innoviamo. Ogni attimo adottiamo nel nostro comportamento l’esplosiva e costante invenzione fisiologica del nostro corpo, che continua a generare nuove cellule. Ogni attimo innoviamo socializzando la creazione delle nostre vite, valorizzando il sapere che acquisiamo. L’innovazione, come il tempo, diventa un ampio e intensissimo presente, rinasce sempre oggi, ora, ed ogni attimo è soglia di noi, possibilità di scoprire, sorprenderci, meravigliarci.

Si ok. Ma di pratico cosa c’è di innovativo da segnalare? Tanto.

Innanzitutto il lavoro. Molti lavori che scompaiono e altrettanti che se ne creano. Di sicuro alcuni profili tecnici già consolidati prospereranno, ma alcune figure nuove diventano impellenti – basti pensare allo psicologo per le intelligenze artificiali, o all’innovation manager, funzione che incorporerà lentamente sviluppo, marketing e comunicazione.

Tecnofilia ma non tecnocrazia, se è vero che le tecnologie imperano, le competenze che si affermano sempre di più sono proprio quelle – croce e delizia – che le artificiali intelligenze non riescono (ancora) a lambire: l’intelligenza emotiva, la creatività, l’immaginazione, l’intuito, l’ironia.

E le tecnologie la fanno da padrone senza ombra di dubbio perchè, udite, udite, siamo nel bel mezzo della quarta rivoluzione industriale.

La rivoluzione digitale dite? Certo che no. La trasformazione digitale, nelle sue cause tecnologiche è roba da terza rivoluzione industriale, mentre invece è attuale nelle sue conseguenze, che generano un cambiamento nell’intero assetto economico ed organizzativo.

Ricapitoliamo. Prima rivoluzione meccanizzazione a vapore, seconda catena di montaggio ad elettricità, terza automazione con computer e robot, e quarta?

La quarta rivoluzione industriale, o industry 4.0, di cui stiamo vivendo in maniera nemmeno troppo consapevole il cambiamento epocale, è la rivoluzione del ‘sistema cyberfisico’, ovvero un sistema in cui non c’è soluzione di continuità tra fisico, digitale, virtuale e immaginativo. In questo universo di iperconnessione, che riprende molti paradigmi dalla natura, tutto è calato in un continuo di sensorialità e intelligenza ibrida, ove fisico e digitale si fondono. E qui si calano i concetti dell’IOT, internet of things, o meglio ancora nella nota accezione di Cisco internet of everythings, e della mixed reality, col suo virtual continuum fatto di realtà fisica, aumentata e virtuale. Il tratto di novità della quarta rivoluzione industriale non sono le principali tecnologie come la robotica, che infatti ha caratterizzato già la terza rivoluzione industriale, o l’intelligenza artificiale, l’internet delle cose, la mixed reality, ma l’iper-convergenza tra questi e gli altri elementi di industry 4.0, e di più con molti altri paradigmi, tra cui biotecnologie e neuroscienze.

Ed è qui, in questa rete d’intelligenza diffusa, che sparirà lo smartphone, e non per essere sostituito, ma spalmato lungo questa membrana percettiva fatta di nanotecnologie, chip nel paesaggio o sottopelle, che sarà il nostro panorama di fuori, ma anche di dentro. Letteralmente dentro, perchè le nuove tecnologie hanno dato vita anche al vasto fenomeno del transumanesimo, che interviene sui limiti fisiologici del nostro corpo, iniziando l’epoca dei cyborg.

Questo fervore e questo tensione verso il grande cambiamento hanno un altro imprevedibile ed interessantissimo effetto, il roboante ritorno dei temi etici. Dopo la bioetica irrompe di grande attualità la robo-etica: l’etica dell’intelligenza artificiale. Fantascienza? No realtà. Se acquisisce consapevolezza una macchina è ancora tale? O è una creatura? E’ giusto che educhi i nostri figli o accudisca i nostri anziani? Di chi è la proprietà? E la responsabilità? Come regolarci sulle questioni sessuali? In Giappone i robot sessuali sono già una realtà commerciale affermata. Questioni complesse. Ma almeno si torna a parlare di etica, e inevitabilmente a parlare di morale. E nascono altre nuove professioni da presidiare.

E’ vero siamo di fronte ad un grande potenziale. Tecnologie che possono distruggere l’umanità. Ma anche arricchirla e migliorarla, diventando contemporanei simboli di trasformazione, metafore di cambiamento, indicazioni per la rotta verso la nostra nuova cittadinanza ecosistemica.

L’intelligenza ibrida come pratica e metafora collaborativa tra intelligenze, naturali e artificiali, col miglioramento delle condizioni dell’intero sistema e la convergenza di scienze ed arti; artifici intelligenti più che intelligenza artificiale, ovvero usare l’intelligenza artificiale per vivere meglio e non solo per guidare auto senza pilota.
La mixed reality come fusione tra natura, arte e tecnologia.
L’augmented learning come educazione ad una realtà aumentata in senso di prospera.
L’internet intelligente di tutte le cose come interconnessione empatica tra tutti gli esseri animati e non.
L’approfondimento di immaginazione, creatività ed intelligenza emotiva, e la riscoperta dell’etica, come crescita umana, rinnovata visione sociale e politica.

Un paradigma economico armonico, fatto di molteplici reti stellari, che collaborano per il benessere del macro-organismo, migliorando così ulteriormente la condizione di tutte le parti, finanche di quelle ‘dominanti’, e non più una consunta dialettica tra piramide e cerchio, tra punta e base.

L’innovazione non esiste, perché fin da quando l’essere umano ha memoria di sé, innovazione, tradizione, cambiamento, crescita, hanno avuto un solo nome: educazione.

E da tempo ripetiamo insieme, anche in memoria di un certo Socrate, che l’innovazione-educazione altro non è che l’immensa terribile e meravigliosa arte dello stare al mondo.

E poi, se siamo capaci di realizzare cotanta intelligenza per le macchine saremo in grado, vedrete, anche di realizzare pienamente la nostra…

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